la casa degli orsi bianchi

 

C’è un luogo che, da novembre a marzo, si anima di una presenza inconsueta.  Churchill, sulla baia di Hudson, nel Manitoba, Canada.  In questi mesi, i suoi pochi abitanti devono muoversi tra le vie cittadine con attenzione e prudenza.  Segnali di allarme acustici, avvertono la popolazione della presenza nelle strade di un ospite gradito e nello stesso tempo temuto: l’orso bianco, il più grande carnivoro terrestre che visita queste terre seguendo le sue prede preferite, le foche. L’orso bianco è realmente pericoloso e feroce, se lo si incontra e non si è al sicuro su un veicolo, il rischio che si corre può essere mortale.

Noleggio un fuoristrada per raggiungere l’immondezzaio, dove spero di vedere qualche orso in cerca di cibo.  Il sole splende quando parto dall’alloggio che mi ospita ma so che in un paio di ore scenderà l’oscurità e non vorrei farmi sorprende per strada dal buio con gli orsi in circolazione. Conosco bene la strada, e arrivo rapidamente al deposito dei rifiuti.  Scruto i dintorni con attenzione non inferiore al timore e alla emozione che mi attanaglia e, per una volta, penso che essere solo può essere poco prudente.

Mentre fermo la macchina in posizione che mi permette di avere sott’occhio sia il mare che la terraferma, mi accorgo che in acqua, “qualcosa” si muove.  Punto velocemente il binocolo e scorgo un enorme orso bianco che esce dal mare e si scrolla il manto candido.  Si rizza in piedi e si guarda attorno,mi vede e, annusando l’aria, si dirige nella mia direzione.   Per una volta nella mia vita, la prima cosa che faccio dinanzi ad un animale, non è fotografarlo o osservarlo, ma freneticamente chiudere il finestrino. L’orso, arrivato a poca distanza da me, cambia direzione e si avvia verso un gruppo di gabbiani che istantaneamente si involano.

Il tempo scorre velocemente, il cielo si è rannuvolato, si è alzato il vento che solleva pulviscoli di neve e il freddo è glaciale. In pochi minuti, mi trovo letteralmente circondato da una decina di orsi che si aggirano intorno ai rifiuti.  Sono decisamente litigiosi, si scambiano zampate terrificanti per conquistare un avanzo di cibo e la lotta che si svolge sotto i miei occhi è davvero senza esclusione di colpi. Scende il buio e devo ritornare in città, avrei dovuto farlo almeno un ora prima, ma ho perso il senso del tempo.  La nevicata infittisce e a malincuore metto in moto. Il rumore dell’auto fa alzare simultaneamente la testa a tutti gli orsi, all’unisono.  Con il motore al minimo, i fari che illuminano la tundra ora completamente buia,misteriosa, ostile e innevata, lentamente mi allontano.

Il vago, ma neppur tanto, senso di inquietudine e perchè no, di sottile paura, mi lascia solamente in vista delle prime luci di Churchill.

 

 

 

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VERSO “GOOD HOPE CAPE”

Sono certamente pochi i Paesi al mondo che, come il Sud Africa,offrono al viaggiatore che li attraversa una varietà di flora, fauna ed ambienti naturali così ampia.   Dal deserto del Kalahari alle brulle e impervie montagne del Cedersberg,dalle zone umide di S.Lucia, sull’oceano Indiano alla costa occidentale dell’Atlantico, dal famoso parco Kruger alle cascate di Augrabies, dai monti Drakensberg alla zona vitivinicola di Stellenbosch. Impossibile, a meno di potersi fermare per alcuni mesi, vedere tutto in un solo viaggio. Indimenticabile l’impressione che rimane dentro a chi attraversa il Namaqualand in settembre: una sterminata distesa di fiori coloratissimi e di varie specie che colonizza e tappezza letteralmente un territorio che, solo poco prima , era deserto e che tra poche settimane tornerà ad esserlo per tutto il resto dell’anno.

Viaggi per ore  e gli occhi sono preda di piante succulente e di fiori blu, rossi, arancio, bianchi, gialli e viola che crescono sulla sabbia e che disponendosi a chiazze riescono a colonizzare le rocce e le colline tutt’attorno.  Che dire poi del Capo di Buona Speranza…..Ci si arriva dopo aver attraversato una splendida riserva integrale e ci si trova di fronte ad un picco su cui ci si può issare lungo un disagevole sentiero di pietra. Mentre sali faticosamente il vento ti pare fortissimo ma, quando arrivi sulla sommità, fai realmente conoscenza con la sua violenza: è teso, a raffiche, qualche istante di pausa e poi riprende a soffiare, a fischiare e ti costringe ad appiattirti contro le rocce e a far sforzi per rimanere  in equilibrio.

Sotto di te, intanto, due oceani uniscono le acque e, nel luogo in cui si fondono, una corrente temibile forma come un fiume nel mare, di un colore proprio e le onde si accavalllano e si frangono contro gli scogli affioranti.  Il rumore è di tuono, un rombo cupo, continuo e violento che incute timore e ti lascia attonito e sgomento.

Ti siedi e rimani a guardare ed ascoltare.

 

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TELEGRAPH COVE

Davvero una splendida giornata, assolata, il cielo limpido e nessuna probabilità di pioggia. La temperatura è più che accettabile e, considerando il fatto che mi trovo vicino al confine tra l’Alaska e l’isola di Vancover, tutto ciò è poco comune. A Telegraph Cove,  villaggio di pescatori, mi imbarco su un piccolo battello e parto alla ricerca di orche e balene. Il mare è splendido, liscio, di un colore blù intenso e trasmette un poco di inquietudine per la sua profondità, ma la cornice di isolotti, insenature e promontori supera di gran lunga le mie aspettative.Foreste praticamente vergini finiscono a ridosso di piccole spiagge sassose e in cielo volano aquile pescatrici in cerca di prede.

Gruppi di delfini si esibiscono in evoluzioni intorno alla barca e ci affiancano, poi si fanno superare, ci raggiungono e quindi spariscono lasciandomi incantato dalla loro agilità e velocità. Osservo continuamente il mare. sperando di vedere i caratteristici sbuffi che segnalano la presenza delle balene ma non vedo nulla. La ricerca dura ormai da un paio d’ore,quando il pilota della barca ferma i motori e il silenzio prende il sopravvento. Da esperto quale certamente è, scruta l’orizzonte, mi guarda e sorride. Lo vedo rientrare nella cabina di pilotaggio e uscirne quasi subito con uno strano “aggeggio”  in mano. Lo cala in acqua e mi invita ad avvicinarmi. Si tratta di un rudimentale ma efficace sistema per sentire i versi dei cetacei. Fischi, sibili, schiocchi e richiami rauchi intervallati da pause che aumentano di intensità rapidamente come se  stessero correndo incontro alla barca.

Sollevo gli occhi e le vedo: una famiglia di orche che gioca e che ci gira intorno. Le schiene lucide, la parte bianca evidentissima, la pinna sul dorso a fendere l’acqua. Una di loro, un giovane mi dice il capitano, viene verso noi quasi completamente emersa dall’acqua e, arrivata vicinissima, si immerge e ci passa sotto per riemergere dalla parte opposta. Una, due, tre volte, poi sbaglia la misura e si immerge troppo tardi urtando con la schiena la nostra barca e facendoci traballare…Riemerge, se ne va  e anche le altre, come ad un segnale, la seguono. Non so quanto tempo sia trascorso da quando le ho viste arrivare. L’emozione mi ha spossato, le ho viste, le ho sentite e le ho fotografate. Ora mi siedo sul ponte mentre rientriamo al villaggio. Non ho voglia di chiacchierare con nessuno, le rivedo e le risento continuamente e sono loro che mi riaccompagnano a riva.

GLI ORSI

Fine di maggio, nel nord della Finlandia…la sera mi ha regalato un tramonto che tengo tra le cose più belle viste.  All’alba, invece, arriva la neve e con lei un piccolo gruppo di orsi. L’immagine che si vede, continua a riportarmi lassù.